L'impatto dei costi portuali sulle scelte armatoriali

Ho pensato di dover fare un intervento con un taglio diverso da quelli finora ascoltati, per evidenziare il punto di vista amatoriale sulla scelta dei porti su cui programmare una attività di linea o di destinazione crocieristica, e per dare inoltre un contributo al dibattito sotto una diversa angolazione più strettamente economica e di mercato , piuttosto che turistica, urbanistica od infrastrutturale.

Era ovviamente difficile continuare ad illustrare le varie tematiche connesse all’attrazione di un porto, senza dover ripercorrere argomenti diggià trattati dai precedenti relatori.

Ho quindi pensato di svolgere questa mia relazione tracciando un possibile scenario futuro sulla portualità mediterranea a seguito della rivoluzione imposta dalle low-cost companies sul traffico aereo, e le conseguenze e le ricadute che questa rivoluzione avrà sui traffici marittimi.

Tali eventi credo assumeranno nel breve periodo una importanza sempre più significativa perché come accaduto per l’industria aerea, anche quella marittima nei prossimi anni subirà dei mutamenti sostanziali.

Nella programmazione amatoriale ci sono tante opzioni, ma anche paletti ineludibili che ne condizionano le scelte.

Esse sono essenzialmente il traffico dei mezzi e passeggeri (per le navi di linea) e l’appeal turistico ovvero artistico (leggasi città d’arte) per l’attività crocieristica.

A queste vanno aggiunte la posizione geografica del porto, le infrastrutture esistenti , la ricchezza e la varieta dell’entroterra .

Ma è anche vero che nella programmazione crocieristica l’armatore valuta con estrema attenzione i costi portuali emergenti dai singoli approdi.

Tanto più questi saranno competitivi, tanto più saranno gli scali programmati su quel porto.

Come per ogni prodotto, anche per l’attività crocieristica la competizione è massima.

Spesso il successo di una crociera è determinato dal suo prezzo di vendita piuttosto che dagli scali programmati, ovvero dall’attrazione delle località turistiche proposte.

Da qui la necessità di proporre itinerari certamente molto attraenti, ma di scegliere tali itinerari con una particolare attenzione ai costi di approdo ad essi connessi.

Si consideri per valutare appieno questo punto, che le programmazioni stagionali a volte prevedono per ogni nave fra i 70 ed i 120 approdi.

Ne deriva che, una attenta analisi delle spese portuali , può determinare il vero margine operativo aziendale e comportare la scelta di un porto ancorché meno felicemente posizionato geograficamente.

Esasperando il problema, il risparmio di soli € 1000 ad approdo, a volte determina l’inserimento ovvero la cancellazione di un dato porto da una programmazione crocieristica creando conseguentemente una mancata ricaduta economica sull’intero territorio retrostante.

Ecco quindi proporsi ed affacciarsi il fenomeno attualmente tanto dibattuto che interessa le compagnie aeree low costs.

Quest’ultime hanno rivoluzionato l’offerta delle compagnie di linea basata sul point – to - point – (città/citta) in collegamenti distretto/distretto (o regione/regione) e basano la propria strategia commerciale esclusivamente su aeroporti che non fanno pagare handling fees (tasse aeroportuali), e che siano disposti ad investire in pubblicità congiunta.

Il più delle volte si tratta di aeroporti secondari ma a grande efficienza le cui entrate sono basate in minima parte sulle tasse imbarco/sbarco o handling fees, e le cui strategie di bilancio si fondano su incassi derivanti dai parcheggi per un 35% circa, dalle locazioni commerciali aeroportuali per un ulteriore 35% e solo minimamente su tasse sui passeggeri per il restante (30%).

Da qui la necessità per gli attori portuali ( siano Autorità portuali o Capitaneria di Porto) di recepire per tempo quanto avviene in campo aereo e di essere molto attenti alle leggi di mercato , ragionando sempre più come enti di promozione e di supporto per lo sviluppo di nuove linee e nuovi collegamenti , e modellando le proprie entrate avvantaggiando per quanto possibile i passeggeri.

Il modello "low costs" avrà certo più difficili applicazioni a causa delle diverse tempistiche del trasporto aereo rispetto a quello marittimo, ma certamente assisteremo al successo di porti finora poco utilizzati che però in termini di ritorno economico possono fare la differenza per gli armatori.

E questo sta diggià avvenendo nel ns. paese con porti che si contendono i gruppi amatoriali con una aggressività commerciale finora sconosciuta in Italia.

Io non vorrei però qui fare raffronti o dare classifiche. Il messaggio che vorrei qui mandare è che in un mercato globale, certe rendite di posizione possono essere facilmente scavalcate; ne consegue che quindi l’intera filiera portuale deve in qualche maniera confrontarsi col mercato e non ritenersi destinazione privilegiata.

Per gentile concessione del signor Pierluigi Paglietti, dell'Agenzia Paglietti

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